Presentazione critica
alla mostra personale
Galleria dei Sotterranei
del Palazzo Ducale di Pavullo

IL FRIGNANO, LUOGO DELLA MEMORIA
Michele Fuoco

Si fa interprete della terra e delle vicende del Frignano la pittura del pavullese Giuseppe Ricci. Non è solo la rappresentazione diretta dei luoghi a sostenere e vivificare la composizione del quadro. E’ anche la capacità dell’artista di rivivere nella memoria la vita semplice di un tempo lontano a determinare un’opera che si pone come recupero dei valori tradizionali ora, in buona parte, perduti e spesso reclamati. La pittura ha lo scopo d’integrarsi con la realtà remota o presente, per questo i paesaggi manifestano, in un impasto semplice e spontaneo, il senso della pienezza vitale delle cose che, solo all’apparenza, possono sembrare senza particolari significati.
All’artista interessa pervenire, con un disegno meditato, ad un’intensità di linguaggio per meglio stabilire un cordiale ed affettuoso rapporto con quei "brani" di realtà che sanno ancora determinare l’esultanza dei sentimenti, pensieri dolci e gentili. Tutto il carico emozionale viene affidato alla rappresentazione di "angoli" del paese natale e di località limitrofe, con un procedimento compositivo, quasi analitico, vivificato da colori squillanti, per captare, anche in un flusso di ricordi, immagini di case rurali e di borghi che, pur spesso prive di figure, riescono a rievocare con immediatezza sia un ambiente familiare che presenze umane. "Quelle case, talvolta isolate e disabitate, sono – confessa l’artista – testimonianza di vita di un tempo più o meno lontano, esprimono un caldo sentimento dell’esistenza di gente laboriosa". E in un’architettura di luoghi capace di assestarsi su elementi oggettivi e precisi, attorno ai quali ruota il mondo dei ricordi che si fa racconto, si collocano "Casa Tebaldi", "La Verzanella" di Pavullo, " La Morra" e "L’aia Vecchia" di Castagneto, lo scorcio urbano, dominato dalla Torre, di Benedello. Questi luoghi si concretano in un tessuto pittorico che sa sostanziarsi di dettagli ben definiti per non perdere il carattere di familiarità. Ma l’artista non trascura il clima evocativo affidato agli elementi della natura "Oltre la siepe" e "Lungo il fiume" che pennellate di esuberanti note di colore accendono al variare delle stagioni, segnate dal candore della neve "Antico borgo sotto la neve"o dalla fiammeggiante e talvolta invadente e disordinata vegetazione che sa offrire persino cose di estrema utilità. La natura, immersa nella profondità di costruzioni di forme razionali, si ritrova nell’armonia delle cose e si pone come elemento quasi contemplativo, di felicità, quale emerge dal "Ponte di Olina", "La Capannina" , "Fontana monumentale" nel parco del Palazzo Ducale di Pavullo, dai "Due pagliai", uno dei quali, in parte tranciato, conserva, anche dopo molti anni, la sua intatta struttura, quasi a testimoniare la razionalità del lavoro e i confini naturalistici di un cambiamento.
Lo sforzo di progettare su singoli dettagli la realtà, per offrire una descrizione precisa, non preclude all’artista la possibilità di giocare, con un ineffabile stato d’animo, sulla variabilità delle sorgenti luminose, come ben esprime l’ "Antica loggia", nel momento in cui la luce continua a "disegnare" diverse immagini di misurata malinconia. Il fulcro narrativo si fonda su un’ansia di recupero, su una trama di ricordi e di gioie vissute. E se tempo e memoria sono i nuclei fondamentali di questa pittura, essi si avverano soprattutto nei dipinti ricchi di forza rappresentativa legati alla tradizione, con case e costruzioni che innestano, con un’immersione negli eventi, un processo di fatti di storia, come indicano la "Torre di Semese", con un’atmosfera invernale che richiama vicende anche di violenza consumate, in tempi remoti, per la sua conquista; la "Chiesa e torre di Lavacchio" ; il "Castello Montecuccolo" che, intravisto attraverso la porta di accesso al paese, sembra ergersi, come baluardo, a difesa della serena vita di comunità che le mura di cinta custodiscono.
L’obiettivo è di cercare quelle forze rigeneranti che l’artista trova proprio nei luoghi natali, mutuando emozioni e situazioni dall’anima antica e popolare della sua gente, come quella dei contadini. Ma all’esaltazione della serenità operosa della vita dei campi, l’artista unisce la pazienza fortemente intrisa di fatalismo di quell’agricoltore che, guidando "Fin da bambino" il carro con i buoi, ricorda la sua vita consumata quotidianamente nel trarre frutti da un lembo di terra. La "Raccolta dei covoni" esalta l’orgoglio dell’uomo nella dignitosa pacatezza di un lungo lavoro, il cui "frutto" si pone come vera ed unica fonte di ricchezza, mentre "Il falciatore" sembra offrire la dimensione di una vita di stenti e di fatiche, vissuta giorno per giorno. L’artista sceglie l’umiltà delle silenziose lotte interiori, come ben esprime il volto, segnato da una perenne condizione di disagio del contadino, e la figura in un interno di profonda tristezza e solitudine "Tempo di pace" che trova conforto tra le mura domestiche.
Nel clima di una cristiana e povera semplicità prende significato la figura della donna che, vicino al focolare, cuoce la polenta , impasta le crescentine o prepara il pane. Una scena che avvalora il senso della tradizione, la nostalgia per cibi umili ma genuini.
Danno sapore a questa pittura episodi di schiettezza che celebrano un’esistenza innocente e sana: il ragazzino che fa le bolle di sapone, ricorrendo ad oggetti rudimentali (una scatola di conserve vuota e una piccola cannuccia); il "Lancio del ruzzolone", con indicazioni di luoghi e richiami ad un gioco sentito ancora come godimento vitale e affermazione delle proprie abilità. In ogni quadro si avvera una schiettezza di motivi, in cui rintracciare un filo solido che si lega ad una tradizione "Biroccio sotto il portico", fatta di valori anche artistici, di spessore storico, nella rappresentazione dell’ "Oratorio di Serra Parenti", di "Mulino ad acqua di Cornola", della signorile "Ca’ di Gaiato", per indicare l’altra faccia, quella della ricchezza, che pure esisteva in tempi di quasi generale miseria, della serie "I Portoni" che, con le loro strutture diventano documenti vivi di un’epoca ed espressione delle diverse condizioni sociali.
L’attenzione e l’affettuosa consuetudine che egli ha per la sua terra si manifestano attraverso l’omaggio ai dieci paesi del Frignano (Fanano, Fiumalbo, Montecreto, Lama Mocogno, Pavullo, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Serramazzoni, Sestola), di cui vengono evidenziati i monumenti (castelli, chiese), come simboli di identificazione dei singoli luoghi.
Tutta l’opera di Ricci tende ad una serena narratività, la stessa che è possibile riscontrare in alcune "prove" di scultura già d’anni fa, come il "Presepe" in terracotta, i ritratti in bronzo, di familiari o anche allegorici "La fortuna", "La simpatia", gli altorilievi raffiguranti paesaggi, gli sbalzi in lamine d’argento con la rappresentazione dei mestieri ormai in estinzione "Maniscalco", "Vasaio", "Arrotino", "Filatrici", "Calzolaio", La sua è un’opera vissuta anche come impegno, legame con situazioni di una quotidianità trascorsa, sentita ancora sincera e spontanea. Una quotidianità che l’arte sa rivivere e svelare.

torna all'indice