Rocce, rupi, scogli: sono gli elementi del paesaggio che da sempre hanno acceso la fantasia degli uomini, legandosi a storie e leggende antichissime e lasciando tracce profonde nella mitologia greca, che ne coglieva i caratteri salienti sia nella derivazione da Gea, la dea madre terra, e sia in quel loro bizzarro e sempre nuovo e inquietante svariare di aspetti , a volte deformi e paurosi, a volte semplicemente smisurati o grotteschi, per cui l'immaginazione antropomorfica ne faceva delle creature spesso terrifiche, ma pur sempre con qualcosa di umano, Giganti e Ciclopi e strani mostri marini.
Nella letteratura e nell'arte ricorre da secoli la loro presenza ambigua, e non a caso uno dei capolavori di Leonardo deve alle “rocce” una parte non trascurabile della sua magia; non a caso una delle visioni più toccanti dell'Orlando Furioso è quella di Olimpia, legata nuda ad uno scoglio, offerta all'Orca come tenera vittima sacrificale. Tralasciando innumerevoli altre epifanie, ci limitiamo a ricordare la stupenda e recentissima serie delle “Rocce” di Ennio Morlotti (vista anche a Modena lo scorso anno), giocata principalmente sul contrasto tra la fisicità e terrestricità delle rocce e la trasparenza, la vibrante lievità del cielo sovrastante.
Ma le rocce di Massimo Mazzieri, che sono il principale incentivo della sua ispirazione, non ci sono offerte come una citazione di tipo figurativo o naturalistico. Esse sono fatte della “stoffa dei sogni”, proiezioni di un misterioso e meraviglioso mondo interiore, di fantasie inesauribili, che si vestono dei colori e delle forme di quel mondo della natura, di cui le rocce, le rupi e gli scogli sono un campionario straordinariamente stimolante, grazie appunto alla loro polivalenza, alla loro capacità d'inserirsi in una spirale di sensazioni ed emozioni non riconducibili ad un discorso razionale e prosaico, ma a memorie ancestrali e a immagini oniriche.
Massimo Mazzieri, nato a Lama Mocogno nel 1951 e residente con la moglie a Pavullo, appartiene anch'egli a quella schiera di artisti pavullesi da cui di continuo emergono personalità ricche di talento.
Mazzieri, dunque compone fantastiche architetture rupestri che, prorompendo dalle viscere della terra, si articolano e snodano in masse poderose, balze impervie e rapidi calanchi, formando scenari di strana ed aspra bellezza: panorami di un mondo “altro” e di un tempo fuori dal tempo; mondo e tempo di un universo “parallelo” alla Tolkien.
E spesso nella loro ascesa verso il cielo, queste colonne e pareti rocciose si assottigliano e si affinano, acquistano un ché di traslucido, una chiarità spettrale, e impercettibilmente si trasmutano in fantomatici castelli e cattedrali, con torri e bastioni, guglie, ogive e pinnacoli, il tutto in un'atmosfera di magia e sortilegio, radicalmente straniata.
E ancora: alle elevazioni titaniche dei basalti e graniti policromi, simili ad immense ondate solidificate, si mescolano, specialmente nelle tele più recenti, gorghi di acque minacciose o bandi fiumi e cascate in cupe gole e vallate, e tra i vortici di un blu tempestoso vediamo tartane e velieri spogli e disalberati, fantasmi di navigli che evocano antiche tragedie di naufragi, nello stile di creta letteratura “orientata veerso il sogno” come scriveva Mario Praz.
Colori peculiari, dalle tonalità ricercate ed inconsuete, a volte del tutto inedite, e pallidi riflessi di enigmatiche sorgenti di luce, contribuiscono a consolidare, sul piano della plausibilità e coerenza della creazione artistica, queste espressioni di una soggettività segreta che mutua dal mondo esterno le parvenze di una soggettività illusoria.
Fisicamente assente, l'immagine dell'uomo è in un certo senso surrogata dalla impalpabile, ma intensa carica psichica che pervade tutta l'opera. Lo stesso racconto pittorico è come dilatato, al di là del segno visibile, dal presentimento di una presenza latente, che se dovesse rendersi manifesta, mostrerebbe (così crediamo) sembianze non del tutto umane: di sfinge, o elfo o altra creatura mitica.
Sogni, fantasie, sentimenti non ben definibili, (velati come sono dalla bruma dell'inconscio) alimentano la pittura di Mazzieri, le danno il fascino di cose che, maturate nella interiorità più profonda, riescono tuttavia ad aprirsi alla comunicazione, a conquistare anche l'osservatore meno sensitivo.