Alessandro Mesini
1999


Conosco Massimo da un numero di anni bastanti a definire la nostra, seppur atipica per i parametri comuni, come una buona amicizia. Un rapporto dove sono più le idee ed i progetti, il modo astratto in definitiva fatto di aspirazioni non raggiunte e forse non raggiungibili, a fluire fra noi che i fatti veri e propri, gli accadimenti quotidiani così importanti nel viversi accanto. Eppure a dispetto del tempo che passa e ci invecchia siamo qui. Qui con le nostre "storie in corso", vorrei dire, perché nei castelli di Massimo, nei suoi palazzi dai mille tetti, nelle sue città affastellate di moltissime costruzioni, eppure così vivide di luce, nel segno netto delle sue chine o nelle luci che fanno quasi opalescente la materia, sicuramente pietra e quindi solida, permane sempre il non finito. O meglio ancora, il non definito, il non fissato. Proprio come se a successive riletture si potesse modificare quella quantità infinitesimale che ogni volta basta per intonare al nostro momento particolare, al nostro sentire l'immagine. Non sono molti i disegni di Massimo che ho avuto modo di vedere, e di ricevere in dono, in questo tempo che si possano definire "chiusi", che abbiano raggiunto la coscienza del gesto finito, perfetto per quelle che erano le aspettative di che lo eseguiva. E nessuna delle sue tele dove la luce e il colore contendono alla forma una possibile univoca definizione. La domanda che più spesso mi pongo di fronte ai lavori di Massimo è: "Chi abiterà in questo castello? Quali storie intorno e dentro a queste mura potrebbero essere narrate?". Le storie sono sicuramente molte ed alcune le ho anche potute leggere, parola per parola. Altre ho preferito inventarmele, ed altre ancora liberamente create, per assonanza, hanno trovato in quei segni un possibile specchio. Varcare quei portali, inerpicarsi su quelle scale infinite, affacciarsi da tutte quelle finestre è forse l'unico modo.