Colloquio di lavoro
Lei è seduta davanti a me, con l'aria di chi vuole interrogarmi, ma ancora non ha proferito parola alcuna. A tratti mi osserva con attenzione, dandomi l'idea di essere sempre sul punto di chiedermi qualcosa. Invece, come avesse già intuito la mia risposta, riprende a scrivere, rapidamente, con una grafia minuta e complicata, che non sono in grado di decifrare.
Tutto è iniziato da un annuncio letto su un giornale.
"Società leader nel settore, ricerca impiegato per potenziamento proprio organico.
Richiesta presenza, 38/43 anni, personalità durevole.
Offresi lauto stipendio, incentivi, possibilità di carriera. Tel..ecc."
Un annuncio che mi aveva colpito per due particolarità. L'età, la mia, richiesta molto di rado, e la personalità durevole. Che diavolo intendevano per durevole? In ogni caso avevo telefonato, mi era stato fissato un appuntamento, al seguito del quale mi trovavo lì.
Ora mi sto già chiedendo se e quali errori posso avere commesso, ma non riesco a darmi alcuna spiegazione convincente. Cerco di ripercorrere mentalmente gli eventi della mattina, ma, per quanto mi sforzi, non individuo sbagli, o forse sono talmente impercettibili che mi sfuggono.
Stamattina mi sono svegliato presto, prima del solito. Volevo essere certo di non arrivare in ritardo per nessun motivo, ma soprattutto dovevo essere ben desto e pronto a rispondere alle domande. Devo assolutamente fare un'ottima figura. E' da troppo tempo che sono disoccupato, le mie risorse sono agli sgoccioli e quel posto è diventato per me indispensabile.
Sono giunto all'appuntamento in anticipo, più di un quarto d'ora, così inganno l'attesa preparandomi convincenti risposte a presunte quanto improbabili domande. Mi sento pronto. E' ora. Guardo la facciata dell'edificio, incombente e minacciosa, rialzata dalla strada da alcuni gradini. Un respiro profondo per scaricare la tensione e comincio a salire con passo deciso.
Nell'atrio una signorina molto gentile mi ha fatto compilare il solito modulo, nome cognome…
" Mi segua prego" mi ha detto non appena glielo riconsegno e, dopo avermi guidato per una serie labirintica di corridoi, mi fa entrare nella stanza dove ora mi trovo.
" Si accomodi, il suo esaminatore la raggiungerà tra breve." Si accomiata con un saluto, lasciandomi solo ad attendere in quella stanza vuota, e l'attesa si rivelerà purtroppo non breve...
Mi siedo, compostamente, poso la cartella a fianco della sedia e comincio ad osservare la stanza, o meglio quello che vedo innanzi a me.
Non oso voltarmi. Entrando ho notato di sfuggita un grande specchio sulla parete alle mie spalle ed ho la convinzione che, dietro a quello specchio certamente falso, qualcuno mi stia osservando, studiandomi, nell'attesa che io commetta un errore, uno qualunque. La stanza è completamente vuota, unico arredo due sedie ed una scrivania, le pareti bianche e spoglie tagliate da una vetrata, mascherata da una tenda, davanti a me. Unico arredo quello specchio. Per questo deduco che necessariamente debba avere un altro scopo.
" Devo stare molto attento " mi dico.
Aspetto già da alcuni minuti, ma nulla ancora accade. Percepisco il brusio del traffico sottostante, ovattato. Nessun altro rumore. Dall'interno dell'edificio non mi arriva nessun suono, come se le pareti fossero insonorizzate, quasi ad isolarmi in modo definitivo. Comincio assurdamente a pensare che sia un loro modo di farmi capire che nulla a che fare ho con quest'ambiente, che sono solo un provvisorio tumore da eliminare al più presto. Mi prende un momento di panico, vorrei alzarmi e fuggire, poi respiro forte, troppo forte e mi calmo.
Cerco di alleviare l'attesa fantasticando sul mio futuro impiego, ma non riesco proprio ad immaginare di cosa possa trattarsi. Mi limito così a figurarmelo favoloso, molto ben pagato, importante.
Inseguendo i miei pensieri comincio a dare importanza a particolari insignificanti, del tutto trascurabili in uno stato normale.
Ora per esempio vorrei guardare l'orologio, solo mi vado convincendo che sarebbe un errore, Sicuramente sarebbe interpretato come un gesto d'impazienza e potrebbe pregiudicare il mio successo. Continuo così a chiedermi quanto tempo sia passato. Forse un quarto d'ora, o più.
Comincia a montarmi la voglia di fumare una sigaretta, ma non vedo portacenere. Probabilmente è vietato fumare. Così sono costretto a trattenere la mia voglia, che aumenta in sincrono con il mio nervosismo.
Sto sempre fermo, seduto sulla sedia, scomoda. Vorrei camminare, muovermi, ma non ne ho il coraggio. Potrei dare l'impressione di volere curiosare ed allora cosa penserebbero di me? Che sono un impiccione, una persona di cui non fidarsi. Meglio restare seduti e soffrire. E' passata forse mezz'ora ed io sto aspettando, maledicendo in cuor mio, chi mi costringe a stare lì immobile.
Ricordo di avere in tasca un pacchetto di caramelle in tasca. Sono tentato di prenderne una ed alleviare un poco la fame di fumo. E' un gesto abbastanza naturale e non dovrebbe pregiudicarmi in alcun modo. Sto già per farlo, poi comincio a valutare le probabili conseguenze del mio atto. E se l'esaminatore entrasse proprio nel momento in cui la scarto, dove metterei la carta? Come farei a dargli la mano, a presentarmi correttamente con un bolo gommoso che m'impedisce di parlare correttamente? Meglio aspettare.
Potevo mangiarla quella caramella. Sono passati almeno altri dieci minuti, ma sono sicuro di avere fatto bene. Chi mi sta spiando vuole cogliermi in fallo. Mi rallegra per un momento l'intima soddisfazione di avere superato un ostacolo, di non essere caduto in quella trappola così ben congegnata.
Mi prende un intorpidimento ad una gamba: Devo assolutamente muovermi. Lentamente, la allungo un poco, il tempo di fare scorrere il sangue, di darle un po' di vita, poi riprendo la mia posizione.
Mi sorprendo a ricordare quando da militare, di guardia ero costretto a stare immobile per ore in posizioni assurde. Eppure non mi pareva di soffrire tanto. Il ricordo del tormento di allora è stato diluito dal tempo, ma non mi pareva fosse così duro. Qui è peggio, non sto rischiando una punizione, sto giocando il mio futuro.
Riprendo a fissare la scrivania davanti alla quale sono seduto. Una spessa lastra di vetro trasparente sostenuta da tubi acciaio. Essenziale, il minimo indispensabile. Sulla scrivania nulla, neppure un granello di polvere. La sedia è uguale. Le pareti bianche, vuote, impossibili. Comincio a rendermi conto che anche la luce è uniforme. Artificiale, senza una provenienza precisa, senza ombre. Solo quello specchio alle mie spalle, dietro al quale qualcuno o più d'uno mi stanno spiando.
Potrei prendere la cartella ed esaminare qualcosa. E cosa esamino? La cartella, peraltro piuttosto importante, contiene solo il mio curriculum. Due miseri fogli. Mi rendo conto in quel momento di avere fatto una cosa stupida, di avere sicuramente commesso un'altro errore. Chi mai se non un idiota si presenterebbe con un cartella che in realtà non contiene niente, solo per darsi importanza? Maledico silenziosamente la mia stupidità. Devo far finta di nulla e consegnare il curriculum solo se me lo chiedono. Spero di riuscire a fare in modo che l'esaminatore non riesca a vedere il contenuto, cioè il nulla.
La cravatta mi sta strangolando. Vorrei allargarla. Ne tocco il nodo per controllarne la tenuta, di cui dubito.
D'altra parte sono anni che non metto un vestito a giacca ed una cravatta. Questo è nuovo, comprato per l'occasione. Ho pensato così di dare di me un'immagine più accattivante. In effetti, quando mi sono visto allo specchio del negozio, vestito a puntino, sono rimasto piacevolmente soddisfatto per quella mia presenza, nuova ed inusuale per me. Ora, mi sento meno sicuro. Mi sento come una marionetta vestita a festa, ma soprattutto falsa. Se ne renderà conto l'esaminatore quando mi vedrà? Sicuramente, poiché sono persone preparatissime e soprattutto spietate, abituate a cercare il più piccolo difetto, a stanare ogni più lieve imperfezione.
Comincio a dubitare fortemente di me stesso. La sicurezza che mi dava il mio vestire si va liquefacendo come neve al sole. Si è insinuato in me il dubbio di essere buffamente mascherato e per questo di non riuscirò a fare la bella figura che avevo sperato. Cerco di consolarmi con un'esile speranza, che il mio esaminatore valuti in maniera positiva il fatto che mi sia sforzato di presentarmi bene.
Sono ora molto avvilito. Mi pare che tutti i miei sforzi siano approdati ad una serie d'errori grossolani e la maschera con cui ho cercato di presentarmi, si vada dissolvendo pian piano rivelando la mia triste realtà. Un povero sfigato con l'assoluta necessità di lavorare.
Forse è passata un'ora e comincio a pensare di essere stato dimenticato. Mi chiedo che cosa devo fare? Potrei alzarmi ed uscire, per rivelare a qualcuno la mia presenza. E se fosse proprio questo l'errore che si aspetta da me? E se invece l'errore fosse di stare passivamente ad aspettare?
Tra le due soluzione, entrambe prive di sicura risposta, preferisco mantenere le stato di cose, non fosse altro che mi darà meno problemi. Aspetto. Oramai mi ha preso un senso di sconforto, di depressione. Ho la certezza che non supererò l'esame. Vorrei fuggire, ma non ho il coraggio. Mi resta orami solo un flebile filo di speranza che m'impedisce di andare e mi tiene ancorato a quella sedia.
"Buongiorno"
Non ho udito alcun rumore e quella voce alle mie spalle mi ha colto completamente di sorpresa.
Naturalmente mi sono voltato dalla parte sbagliata e cerco inutilmente di presentarmi a lei che sta camminando alle mie spalle.
Riesco a balbettare a malapena un saluto di risposta, ma non faccio in tempo ad alzarmi, a darle la mano. Lei è già seduta di fronte a me e mi sta studiando. Ha posato sulla scrivania un blocco bianco per appunti, una penna, il modulo da me precedentemente compilato all'ingresso. E' già intenta a scrivere e solo ora mi permetto di osservarla con attenzione. E' molto, molto bella. Non ha trent'anni. Veste una camicetta bianca, un poco scollata, riempita da due seni pesanti, che però non hanno bisogno di essere sorretti da alcun reggiseno, e non lo sono, infatti, traspaiono dal leggero tessuto due rose più scure. Indossa una minigonna, molto corta, che lascia vedere, due splendide gambe. Non dovrei distrarmi, ho già commesso troppi errori, ma il mio sguardo è irresistibilmente attratto dalla visione di quel fisico femminile così conturbante..
Ogni tanto alza lo sguardo, mi fissa come se volesse attraversarmi, così devo stare molto attento, perché lei non possa vedere dove si dirige il mio sguardo. Io attendo sempre che mi chieda qualcosa, ma sempre rinuncia. Questo mi fa supporre, non so per la verità in base a quale logica, che sia molto intelligente e naturalmente mi pongo immediatamente in uno stato d'inferiorità.
E' curva sul blocco e continua a scrivere ed io tento di leggere i suoi appunti, ma senza alcun risultato. Ogni tanto cambia posizione. Accavalla le gambe, le intreccia insieme. Poi di nuovo le divarica leggermente, muovendo i piedi.
Il trasparente vetro della scrivania mi permette di osservare quel mondo sottostante come fosse un acquario. La gonna, stretta, ad ogni movimento sale un poco. Vorrei porre la mia attenzione a quello che lei sta facendo, cercando nuovamente di interpretare la sua grafia. Invece sono irresistibilmente distratto da quelle cosce, ormai evidenti, che paiono muoversi di vita propria.
La gonna è salita un paio di centimetri ancora. Mi pare di intravedere, un leggero pizzo, nero.
Mio malgrado mi abbasso leggermente sulla sedia, per potere penetrare meglio con lo sguardo e, di sfuggita, guardo. Porta le giarrettiere. Mentre sto guardando, proprio in quel momento allarga un poco le gambe. Vedo fuggevolmente la fine della calze di nailon, la carne nuda delle cosce, morbida. Un chiarore che contrasta nettamente con le calze nere.
Alzo lo sguardo e mi sta guardando. Sono certo di arrossire, ma cerco di mostrarmi indifferente. Lei continua a guardarmi. Io sono estremamente imbarazzato anche se lei non mostra alcun moto di disapprovazione. Forse non si è accorta di nulla? Mi aggrappo a questa miserabile bugia per superare quel momento.
Riprende a scrivere. Vedo le sue gambe che si vanno di nuovo allargando e la gonna che lentamente continua a salire. Ora le giarrettiere sono entrambe scoperte. Sto sudando. Non so proprio come comportarmi. Sento gocce di sudore che fastidiosamente scivolano dalle mie ascelle lungo la pelle del fianco.
Accavalla le gambe e mi lancia uno sguardo di sfuggita. Che cosa significa quello sguardo? Mi è parso di vedere un'ombra di malizia. E' un invito? A cosa? Ma perché continua a non rivolgermi la parola? Perché e che cosa continua a scrivere? Ora ha già riempito almeno sei pagine. Comincio a credere che il suo comportamento, il suo abbigliamento siano in funzione di qualcosa che è strettamente connesso con il mio esame.
D'un tratto vedo i muscoli delle sue gambe contrarsi come se le stringesse insieme. Alzo lo sguardo al suo viso, per cercare di carpire una qualunque spiegazione.
Mi sembra che in quel momento il suo sguardo sia assente, come perso in un sogno ad occhi aperti. Ha anche smesso di scrivere. I suoi occhi sono un poco languidi, luccicanti. Che cosa sta pensando, cosa sta passando per la sua mente?
Ha come un leggero tremito, e si rilassa sulla sedia. Solo che invece di stare eretta come prima porta avanti il bacino ed allunga le gambe, leggermente aperte. Ora ha preso il blocco in mano e lo solleva ponendolo tra noi come una barriera ad impedirmi di vederla in viso o come se volesse scrivere senza permettermi assolutamente di vedere. Probabilmente è il giudizio sull'esame. Non mi può guardare ed io ne approfitto per osservare nuovamente le sue gambe. La gonna è salita ancora, al punto che comincio ad intravedere la carne più morbida e gonfia delle cosce.
Continuo a controllare quello che sta facendo. Non voglio essere nuovamente sorpreso mentre la sto guardando. Lei, imperterrita continua a scrivere. Il pensiero di quello che sto per fare mi sta dando emozione. Sento ora il mio cuore pulsare talmente, che ho paura che anche lei possa sentirlo battere, ma lei ignara, continua ad ignorarmi. Decido in quel momento di fare un cosa folle e lentamente comincio ad abbassarmi, scivolando sulla sedia. Non troppo, per non essere innaturale se mi guardasse. Mi manca quasi il respiro. Comincio ad intravedere lo scuro delle sue mutandine, probabilmente nere, come le giarrettiere.
Mi abbasso ancora un poco. Ora comincio a distinguere meglio. Sembrano di pizzo traforato, probabilmente un perizoma, molto sgambato. La trasparenza lascia intravedere la pelle, più chiara.
Lei di scatto si solleva sulla sedia e nel fare questo allarga per un momento le gambe mostrandomi completamente di ciò che sto cercando di vedere. La sorpresa mi induce a prolungare lo sguardo oltre il dovuto, ma mi sono reso conto, d'un tratto che non era biancheria intima quella che stavo guardando. Non la porta. La sorpresa di quell'improvvisa ed inaspettata rivelazione, mi fa pulsare ancor più il sangue nelle vene, ed impazzire il cuore... Alzo lo sguardo ed immediatamente comprendo, perché lei ora mi sta fissando. Le sue labbra atteggiate ad un filo di sorriso. Beffardo. Mi rendo conto che sono caduto in trappola. Ho clamorosamente fallito l'esame e lei ha vinto, ha ottenuto ciò che voleva, bocciarmi. Tutto questo lo capisco ora, troppo tardi per porre un qualunque rimedio.
Senza scomporsi lei si alza in piedi.
"Scusi un momento torno subito" le uniche altre parole che ha pronunciato da che mi ha salutato entrando ed esce.
Io rimango ad osservare la sedia vuota. Con rammarico penso che è uscita a consultare qualcuno e che sicuramente non sarò assunto. Continuo ad osservare il sedile della sedia, davanti a me, non più lucido e trasparente, ma con una traccia opaca, un'impronta appena accennata. E' l'orma dei suoi glutei, delle sue cosce, in mezzo un piccolo filo traslucente, pare una bava di lumaca, traccia di piacere, del suo piacere. Mi chiedo se ha solo giocato con me, e a che gioco. Come può permettersi questo, mentre io metto a repentaglio il mio futuro? Per un attimo ho un moto di ribellione, poi mi rassegno nuovamente a me stesso, purtroppo lei può permetterselo ed io posso solo subire. Subire e sperare. Finalmente lei torna e guardandomi, mi dice
"Commette ancora troppi errori, torni domani, stessa ora. " mi sorride e si muove per uscire.
E' quel sorriso che mi induce ad alzarmi in piedi ed a domandarle
" Ma sarò assunto? "
" Lei continui vedrà che prima o poi..." Le ultime parole si perdono dietro la porta da cui è uscita.
Ripiombo a sedere, avvilito. Poi piano mi riprendo. Mi alzo ed esco a mia volta.
Sono nuovamente fuori e tiro un lungo respiro. Attraverso la strada e raggiungo un piccolo parco posto proprio di fronte. Mi siedo su una panchina e tiro fuori il pacchetto di sigarette. Ne accendo una e finalmente posso dare sfogo alla mia voglia troppo a lungo repressa. Le prime voluttuose boccate, mentre osservo la facciata dell'edificio incombente, misteriosa. Ne esce un uomo, che s'incammina nella mia direzione. Ha circa la mia età, un vestito simile al mio, malportato, stessa cartella leggera. Mi rendo conto di quanto siamo simili. Ho modo di osservare il suo viso. Tirato, stanco, le occhiaia profonde rivelano la mancanza, da lungo tempo, di un buon sonno ristoratore.
Si siede al mio fianco, senza degnarmi di uno sguardo e, come me, prende una sigaretta e comincia a fumarla avidamente.
Improvvisamente sento il suono della sua voce. Non so se parli a me, o se siano considerazioni che fa a sé stesso.
"Vengo qui per l'esame, tutte le mattine, alla stessa ora. Ormai è più di un mese che tento…"
Sono quasi certo ora che voglia mettermi in guardia da qualcosa che lui già conosce, ma che io ignoro. Allora mi giro verso di lui. Mi sta guardando con occhi vagamente spiritati.
"Questa mattina c'ero quasi riuscito" e nel dire questo storce la bocca in una specie di sogghigno,
"Ne sono sicuro, perché prima di uscire mi ha sorriso".
Noto che nel dire questo gli trema leggermente il labbro inferiore. Detto questo si alza e se ne va, con le spalle basse ed il passo rassegnato.
A mia volta mi alzo e m'incammino nella direzione opposta.
"Anche a me ha sorriso questa mattina ed era la prima volta. Buon segno" penso "il posto sarà mio."
Con questa flebile speranza torno verso casa, aspettando domani.